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Non sempre si può vincere, nello sport come nella vita, ma la cosa che ci rende più insicuri è il percepire che la strada ad un certo punto curverà all’improvviso. Questo ci porta a non goderci il tratto di strada che ci siamo conquistati e a non caricarci abbastanza per ciò che raggiungiamo, sprecando energie e pensieri su quello che, prima o poi, potrà andare male o semplicemente diversamente da come è andata fino ad oggi.

Comunicare le fasi vincenti di un’esperienza, di un lavoro, di un progetto, ci può portare o all’autoesaltazione, che è cosa ben diversa dall’idea consapevole dell’autoefficacia, oppure a fare rientrare quello che otteniamo nel novero delle conquiste eccezionali ma casuali .

Invece, per dare profondità alla comunicazione e al racconto di un obiettivo raggiunto, c’è bisogna di riconoscergli e di riconoscersi i meriti, di non nasconderne gli ostacoli e di rendere reale, naturale e in parole povere credibile, il percorso fatto.

Del resto, non lo scopriamo oggi che il viaggio è più composito e formativo di quanto possa esserlo, in definitiva, una destinazione.

Per questo, nel parlare con gli altri e nell’agire verso gli altri prima, durante e dopo il raggiungimento di un obiettivo, dobbiamo mostrarci, si badi bene non esibirci, ma permettere a chi entra in relazione con noi di conoscerci e di riconoscerci, ovvero di rilevare in noi, nel nostro agire, nella nostra filosofia professionale e nelle nostre strategie, le caratteristiche peculiari ed originali di ciò che siamo, perché, in definitiva, è questo che ci ritroviamo a far sapere.

Far sapere chi siamo però ci porta a dover fare i conti con un rischio che è quello della coerenza tra ciò che facciamo sapere di essere e ciò che compiamo come azioni. Le due fasi non possono essere svincolate tra loro, altrimenti stiamo in definitiva raccontando una favola, stiamo proiettando un’immagine e qualcuno azzarderebbe anche a dire, non troppo ingiustamente, che stiamo raccontando una bugia.

Una cosa del genere risulta più evidente quando ci ritroviamo non a vincere ma a perdere.

La sconfitta esiste e la frequentiamo, prima o poi, nell’arco delle nostre esperienze professionali e private. Ebbene, nella percezione di ciò che siamo e che valiamo, il modo di arrivare a essere sconfitti è importante quanto il realizzare un successo. Se perdiamo alla fine di un percorso che ha permesso una crescita o uno sviluppo rispetto a quello che era il punto di partenza iniziale, il risultato finale, per quanto non risulti rispondente all’obiettivo che ci eravamo dati, non è l’unica cosa che vale la pena raccontare e tenere presente, proprio perché il viaggio continua ad essere più importante della destinazione finale.

Pubblicato da Carmine Aceto

Editoria - Management culturale - Pubbliche Relazioni e comunicazione

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