Neuroscienze, attenzione e la trappola della scelta strumentale: perché la qualità delle nostre decisioni dipende da dove siamo prima ancora di scegliere

C’è un momento, nel mezzo di una scelta importante, in cui ci convinciamo di stare ragionando. Valutiamo opzioni, pestiamo le alternative, costruiamo argomenti. È una sensazione solida, quasi rassicurante. Il problema è che le neuroscienze dicono un’altra cosa.
Gli studi di Benjamin Libet negli anni Ottanta — poi replicati e raffinati in decenni di ricerca — hanno mostrato qualcosa di scomodo: l’attività cerebrale associata a una decisione precede di circa mezzo secondo il momento in cui la persona diventa consapevole di averla presa. La volontà cosciente arriva dopo. Non decide: ratifica. O almeno, così sembrava. Le interpretazioni successive hanno corretto il quadro e la coscienza ha comunque un ruolo, soprattutto nel veto, nel freno, nella revisione, ma il nucleo rimane: la maggior parte di quello che chiamiamo “decisione” avviene in strati profondi, automatici, che non accessiamo direttamente.
Questo non è determinismo. È qualcosa di più interessante: è una domanda sulla natura dell’attenzione.
Quando un neuroscienziato parla di processi automatici e processi deliberativi — il sistema veloce e il sistema lento, nella fortunata formulazione di Kahneman — sta descrivendo una distinzione che non è solo cognitiva. È anche, profondamente, una distinzione valoriale. Il sistema automatico risponde a quello che abbiamo già imparato a desiderare. Il sistema deliberativo ha la possibilità di chiedersi se quei desideri siano davvero i nostri o se li abbiamo ereditati, adottati per convenienza, costruiti intorno a scopi che nel frattempo sono diventati obsoleti.
È qui che entra in gioco qualcosa che va oltre il laboratorio.
Un filosofo come Julian Baggini, riflettendo su come la cultura contemporanea abbia trasformato quasi ogni ambito dell’esperienza in uno strumento per ottenere qualcos’altro, descrive un meccanismo preciso: viviamo sempre in differita rispetto a noi stessi, sempre in funzione di un risultato futuro. Anche le relazioni, anche il riposo, anche il piacere vengono mentalmente contabilizzati come investimenti. Il presente vale per quello che produrrà, non per quello che è. Questa — Baggini la chiama strumentalizzazione — non è soltanto una postura culturale. È un pattern decisionale. È il sistema automatico che ha imparato a scartare tutto ciò che non è ottimizzabile.
Il punto è che questa logica colonizza anche il modo in cui scegliamo e, prima ancora, il modo in cui percepiamo le opzioni tra cui scegliere.
In comunicazione lo si vede spesso. Le decisioni strategiche che sembrano più razionali sono spesso quelle che replicano schemi già collaudati, che scelgono la coerenza con ciò che ha funzionato prima piuttosto che la risposta a ciò che sta succedendo ora. Il sistema automatico è efficiente, ma è conservatore. Giudica il presente attraverso il filtro del passato. E quando il presente è cambiato — quando il contesto comunicativo è cambiato, quando le persone con cui comunichiamo sono cambiate — quella efficienza diventa un ritardo.
Lo stesso vale nelle relazioni tra organizzazioni e pubblici, tra chi governa e chi è governato. Anche la politica, osserva Baggini, ha mutuato la logica dello scambio transazionale: voti comprati con promesse, consenso misurato come merce, la rappresentanza ridotta a contrattazione. Non è solo una critica morale. È una descrizione di come il processo decisionale collettivo si sia irrigidito intorno a incentivi di breve termine, perdendo la capacità di elaborare responsabilità condivise. Votare e per estensione, partecipare, smette di essere un atto che trasferisce responsabilità e diventa uno strumento per imporre una volontà. La differenza non è sottile: cambia cosa si considera una buona decisione.
Come si esce da questo loop? Non con la forza di volontà che è a sua volta un prodotto del sistema deliberativo, e il sistema deliberativo si stanca. Si esce, paradossalmente, coltivando una diversa qualità di presenza.
Le neuroscienze mostrano che i processi di default — il wandering mentale, la mente che vaga senza un compito definito — non sono assenza di attività cerebrale. Sono uno stato in cui il cervello integra, costruisce narrative, cerca connessioni tra informazioni disparate. È da quello stato, spesso, che emergono le intuizioni che chiamiamo creative o sapienti. Non dall’accelerazione, ma dalla decelerazione.
Rifiutare la logica strumentale e smettere di valutare ogni esperienza in funzione di ciò che produce non è pigrizia intellettuale. È, neurobiologicamente, una condizione necessaria per un certo tipo di pensiero. È la condizione in cui il sistema deliberativo può davvero intervenire, non solo ratificare quello che il sistema automatico ha già deciso per abitudine.
C’è qualcosa di liberatorio in questo, se si smette di trattarlo come un principio astratto. Significa che prestare attenzione a ciò che vale adesso come può essere una conversazione, un problema, una persona, non è un lusso che ci si concede dopo aver ottimizzato tutto il resto. È parte del processo. È già il lavoro.
La buona vita, scrive Baggini, non è qualcosa che si costruisce accumulando esperienze strumentali nella speranza che alla fine producano pienezza. È qualcosa che si può vivere ogni giorno, nei gesti piccoli come in quelli grandi. E sentirsi bene — il benessere, la soddisfazione, quella cosa imprecisa che in italiano chiamiamo star bene — è quasi sempre una conseguenza del vivere bene, non il suo contenuto. Inseguirlo direttamente, come obiettivo, quasi sempre lo allontana.
Nelle decisioni che contano siano esse strategiche, comunicative, personali, la domanda non è mai solo “cosa conviene fare”. È anche: di quale attenzione stiamo capaci, in questo momento? Perché il livello di attenzione disponibile determina la qualità delle opzioni che riusciamo a vedere. E la qualità delle opzioni determina la qualità delle scelte.
Non è una questione di tecnica. È una questione di orientamento.


Lascia un commento