“Confortably numb”, nuova anteprima da “Le cose sbagliate”

Dopo qualche mese passato a correggere bozze e ridefinire gli ultimi capitoli del mio nuovo romanzo “Le cose sbagliate”, torno a riproporne un nuovo paragrafo, “Confortably numb”, in anteprima. Il paragrafo, come il resto della storia racchiusa nel romanzo, è in via di lavorazione e continue e ripetute sono le modifiche, piccole e grandi, che di volta in volta, nella rilettura, sono spinto a fare. Proporne in anteprima dei singoli frammenti qui sul blog è un modo per far emergere solo una parte e tenere ancora sotto coperta tutto il grosso del lavoro, lo so, ma è anche un “allenamento” a vedersi o sentirsi o percepirsi come “letto”, in un momento ancora non definitivo. Una sorta di preparazione terapeutica al gusto dei lettori e anche al proprio, che nei mesi di scrittura di questo romanzo, se non cambiato, si è di certo articolato in modi per me singolari, intorno a ciò che sto ancora decidendo di far uscire dal cassetto, anzi, dalla cartella con i files imprigionati sul mio pc. Giusto per non scaraventare il lettore di turno in un abisso di confusione eccessivo, aggiungo solo che, il protagonista di questo capitolo, che qui parla e si racconta in prima persona, è Charles, uno strano e inusuale tipo di DJ, che vive in Svizzera ma ha chiare e inoppugnabili origini italiane…

Su Pinterest, chiunque ne abbia voglia, potrà trovare dei piccoli flash corredati da immagini più o meno esplicative di diversi momenti del racconto e dei suoi personaggi. Basta visitare l’apposito board:

 

Le cose sbagliate…romanzo in corso

 

P.S. il paragrafo che segue, giova ricordarlo, è tutt’ora in fase di editing, quindi abbiate pietà per refusi e erroracci vari e buona lettura dal buco della serratura che vi lascio aperto. Ultimissima precisazione, ogni riferimento a persone e nomi contenuti in questo scritto è puramente frutto di rielaborazioni personali e fantasiose; a scanso equivoci, ribadisco che si stratta di un romanzo, nulla di più..

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CONFORTABLY NUMB

calitriHo un doppio passaporto, sono cittadino svizzero e cittadino italiano. Come dire giocare in serie A e in serie C contemporaneamente, senza rischio.

        Dormo poco ma semplicemente perché sono abituato così, non c’è nessuna crisi esistenziale o depressiva che mi induca a star lontano dal letto. La posizione verticale non la amo nemmeno nei momenti topici, mi sembra quanto di più scontato ci possa essere. E poi si può riposare anche senza necessariamente stendersi. Io riposo molto bene stando seduto, guardando fuori dalla finestra.

        Non ci sono grandi panorami da ammirare dal salone di casa mia qui a Ginevra, ma il senso di rilassatezza me lo trasmette la luce che avvolge tutto. Una luce Svizzera, neutra e intransigente. Perfettamente in equilibrio tra l’ombra e lo splendore confuso, quel modo di brillare nella vita tutto italiano, se vogliamo.

        La diatriba tra le mie differenti origini, per dirla tutta, non mi preoccupa né oggi né mi ha preoccupato in passato. Sarà perché non mi sento responsabile di alcuna nazionalità. Sono scelte indotte non manifestazioni di appartenenza o di passionalità. Il capriccio di un viaggio o la necessità di fermarsi a dormire in un posto invece di un altro, possono cambiare il tuo logo di nascita ma non dovrebbero poter cambiare te.

        Per questo mi ritrovo due passaporti, doppia nazionalità e un cuore solo, perché sono nato da genitori completamente diversi per abitudini e tradizione prim’ancora che per bandiera nazionale.

        Mia madre è svizzera, delle parti di Berna, mio padre è italiano della profonda Irpinia, il reame della dimenticanza e dell’aria tremante.

        La cantilena dei saluti, dei baci e degli abbracci dei parenti italiani che si ripeteva anno dopo anno, ogni estate che andavamo a trovarli, si ridispone, ancor oggi, a distanza di trent’anni, in aperta ostilità rispetto alle minestrine acquose che la mia mamma non ha mai smesso di propinarmi.

        Parametri di affettività troppo lontani per potersi sentire minacciati l’uno dall’altro e, infatti, hanno funzionato come due linee parallele, due binari sui quali hanno fatto in modo che scorresse tutta la mia vita.

        La vita di un figlio ha quote di partecipazioni pubbliche, oltreché private.

        Se fossi cresciuto in Italia, con i miei nonni irpini intorno a raccogliermi quando inciampavo nei miei primi passi, forse la quota di partecipazione privata sarebbe stata più elevata e rilevante di quanto non sia effettivamente stata.

        Cresciuto nelle pieghe dei sentimenti, con la inconfutabile prospettiva di lasciarmi aperte tutte le porte, anche quelle che oltrepassavo, per poter, in caso di necessità e di bisogno, sempre tornare indietro senza dover bussare e chiedere permesso a nessuno, ho finito con contribuire all’estinzione del mio retrogusto italico, impregnato di nostalgia e motivetti orecchiabili, con il risultato di sentirmi leggero e oltremodo paziente, capace di pacificare le contraddizioni che s’incontrano sul proprio cammino anche senza dover per forza interpretare la parte del vincente.

        Interpretare una parte è qualcosa che proprio non sopporterei di fare. Preferirei tornare a fare il postino che, se non altro, mi consentirebbe di stare in movimento e di far fruttare la mia voglia di girare la città e non fermarmi mai.

        L’unico momento in cui si può dire che sto relativamente fermo è quando metto la musica. Altri dj avrebbero detto: “Metto la mia musica”, ma io non sono così ipocrita e onnipotente.

        Un dj non ha la sua musica. Non è un cantante a cui può capitare di cantare per tutta una vita la stessa identica canzone. Non è un musicista che reinterpreta migliaia di volte lo stesso spartito facendo attenzione ad aggiungere o a levare.

        Un dj accende il suo mix, quello si che è suo, alza il volume, sistema i bassi. Un dj è un conto a parte. Da pagare separatamente. Ascolti quello che passa mentre balli, mentre mangi, mentre bevi, mentre ti droghi, insomma il dj è quello che mette la musica mentre tu fai altro. Quello che ti capita, questo è un dj.

        Siamo una generazione di illusi e di illusionisti, preferiamo imparare a fare esercizi che impallano la visione reale delle cose, invece di imparare a fare davvero bene una cosa, magari un lavoro.

        Ci sentiamo geniali e tanto basta.

        Il locale dove suono oramai è diventato in parte di mia proprietà. La gente ci viene perché ci sono io ad alzare il volume e a scegliere cosa sparpagliare nella propria anima nella notte.

        Non mi sento diverso da quando facevo il postino per le vie di Ginevra ascoltando nelle cuffie Confortably Numb…

 

Hello?

Is there anybody in there?

Just nod if you can hear me.

Is there anyone at home?

Come on, now,

I hear you’re feeling down.

Well I can ease your pain

Get you on your feet again.

Relax.

I’ll need some information first.

Just the basic facts.

Can you show me where it hurts?

 

There is no pain you are receding

A distant ship, smoke on the horizon. 

You are only coming through in waves.

Your lips move but I can’t hear

what you’re saying.

When I was a child I had a fever

My hands felt just like two balloons.

Now I’ve got that feeling once again

I can’t explain you would not understand

This is not how I am.

I have become comfortably numb.

[1]

… Sono diventato piacevolmente insensibile.

La parte migliore della vita è l’assenza di dolore. Il termometro che non segna decimi di febbre, il dente che non fa male, la testa che non scoppia.

La parte migliore di quello che siamo viene fuori quando non proviamo dolore. Il mito romantico della sofferenza come fonte di creatività non mi convince, non mi si addice e proprio non mi produce spasmi idealistici.

Ragiono in termini pratici, fin troppo per essere uno che vive di musica.

Ma, come ripeto sempre, la musica non è mia, l’unica cosa che posso fare è scegliere come farla ascoltare. Entro nella gente dalle orecchie, mi espando in direzioni molteplici ed opposte sfruttando cunicoli corporei posti sotto la pelle. Vado dalla mente al cuore, vago e entro in circolo. Detono con le sonorità elettroniche la vasta operosità della macchina umana, scassinandone gli anfratti insondabili dai macchinari tecnologici.

Mi approprio di qualcosa che gli uomini dentro di sé conservano fino all’ultimo respiro della loro vita.

Mi insinuo nei loro segreti. Ne hanno, lo so, tutti ne abbiamo. La musica che gli invio in quel posto dove li tengono nella speranza che gli altri li dimentichino e non li cerchino più, è una suadente malia per avere ragione dell’insensibilità che produce il pensare solo alla propria conservazione. Alla propria conservazione e a quella dei propri segreti e misfatti.

Essere un uomo misterioso e segreto ti consuma. Sfiorisci prima del tempo e il tempo è sempre poco. Non cerco di fare il messia, cerco solo di mettere la musica che piace, roba molto più modesta e banale se vogliamo, ma non eccessivamente. Dipende sempre tutto da come affronti le cose che fai nella vita più che da quelle che riesci a portare a termine.

L’atteggiamento personale è importante per non sentirsi solo un puntino disperso nel miscuglio. La musica è confortevole ma anche dispersiva, non finisce mai, si estende, ha miriadi di generi e sottogeneri, si decuplica, non si riesce a starle dietro in ogni sua evoluzione.

Non esiste in natura un contenitore unico per tutta la musica del mondo. Farsi il sangue amaro perché non si è sentito tutto non serve a molto, io punto su quello che, invece, sono riuscito a sentire e lo spargo ai quattro venti. Non sono geloso delle mie cose, forse perché non sono mie, non riesco ad avvertire un senso di proprietà per ciò che uso nel mio lavoro.

Solo quando finisce la notte e spengo tutto, zittisco ogni suono e scanso gli ultimi ronzii dalle orecchie, sento di aver restituito me stesso al mondo, ma anche in quel momento mi interessa poco di me e mi soffermo a pensare molto, molto di più al mondo. Non lo faccio per altruismo ma perché mi risulta evidente la mia dipendenza dal mondo, dal genere umano che lo abita e dalle cose che produce.

Le solite abitudini sono esse stesse quello che il mondo ci concede di fare senza dover pagare prezzi eccessivi; sono il discount dell’indipendenza. Per una qualità di libertà personale migliore bisogna sbattersi decisamente di più di quanto non si faccia.

Ma io sono disposto a dare tanto pur di sentirmi libero. La mia libertà, questa si che riesco a sentirla di mia esclusiva proprietà, ha più importanza della musica che metto. Qualcuno confonde la mia libertà con il mio lavoro e mi dice:

“Sei un uomo fortunato, fai il lavoro che ti piace!”

Il lavoro è lavoro anche quando ti piace. Lo fai per trarne ciò che ti serve per permetterti di essere libero. Il lavoro non sostituisce la libertà in nessun caso, non è complementare ad essa, nemmeno quando è un’attività che ha in sé qualcosa che ti piace o per la quale sei portato.

La libertà non comprende il lavoro, comprende la voglia di farsi crescere, di muovere la mente ai propri ritmi insindacabili. Un dj non è più libero di un altro essere umano, ha solo un lavoro diverso e, se è fortunato e capace, ha l’intera giornata per essere libero.

Una libertà condizionata, certo, ma sempre meglio dell’ergastolo di un qualunque posto di lavoro tradizionale. Parlo per esperienza diretta e non per sentito dire e so benissimo che non sempre ci è dato di poter trovare il modo di evadere da quella prigione. Chi ci prova, il più delle volte, viene ripreso e ricondotto nei ranghi, con maggiori frustrazioni e con i sogni spezzati.

La Svizzera, per quanto non abbia nulla di esotico e ordini tutto impilando alla giusta distanza le vite di ognuno, ha proprio in quel margine di separazione che prevede tra il singolo e il resto della comunità, una terra di mezzo che ti consente di respirare, di non sentirti assediato.

Una distanza necessaria, se vogliamo, a illuderti che possa bastarti quel vuoto pneumatico tra te e gli altri per mandare avanti la tua vita. Ma, per quanto necessaria e pratica come risorsa per rifiatare, resta una cella a cielo aperto e poco più. È una finestra sulla libertà, non è la libertà. Un rantolo di solitudine che si dibatte nelle ore del quotidiano ma che non permette una fuga, solo una boccata d’aria …

 

Ok….

Just a little pinprick.

There’ll be no more aaaaaaaaah!

But you may feel a little sick.

Can you stand up?

I do believe it’s woring, good.

That’ll keep you going through the show

Come on it’s time to go.[2]

 

La musica è una compagna per me, una relazione non competitiva con le variegate opinioni della gente. Non la uso per sprofondarvi dentro e annullarmi. Non ne sono travolto, la cavalco, faccio surf sulle sue variabili. Questo è il primo interesse della mia vita, restare a galla provandone un piacere fisico e mentale. Per questo nuotare non basta, ci vuole la spinta per alzarsi e l’equilibrio per non cadere andando avanti.

La notte partecipa con il suo rumore di fondo fatto di risacche e sparizioni. Momenti complementari da considerare con cautela, perché da osservatore ci si può ritrovare a diventare, di colpo, attori principali di un mistero e di una colpa, una qualsiasi, la notte ne è piena.

Quanta diversa roba ho visto nei miei anni notturni passare di mano, sciolta in un cucchiaino o tagliuzzata sul marmo di un lavandino nel bagno.

Era ed è tutta roba che non basta, non dura e ti frega perché, invece, ti fa credere possibile l’impossibile, ovvero d’essere senza morte.

Invece, la morte l’abbiamo e la riproduciamo vita natural durante.

Morire non è come vivere, inutile starci a girare intorno, ma non si può dire che sia qualcosa di meglio o di peggio. Non è paragonabile, nessuno può tornare indietro dalla morte e scriverci un saggio o paragonarla con cognizione di causa alla vita.

La morte è individuale esattamente come la vita. Inutile dire che tutti siamo destinati alla morte. Che vuol dire? Che dimostrerebbe? Tutti siamo anche destinati alla vita, ma a che vita? Ne facciamo di diverse. Di vite ce ne sono milioni, perché di morti ve ne dovrebbero essere di meno?

Chi vive a modo suo, muore a modo suo.

La libertà in vita e in morte, questo vorrei ottenere per me e per chi mi sta vicino davvero. Non sono un sentimentale e non resto ammaliato dal richiamo del sangue, ma avverto la nostalgia preoccupante di chi vive con me, anche saltuariamente, e mi spendo per loro, visto che per me stesso ho già quel che desidero.

Nella mia giovinezza come nella mia maturità, sarà per il lavoro che faccio, non ho mai avuto la possibilità di soffrire di solitudine. La gente mi ha confuso, mi ha attorniato, mi ha messo su di un palco e osannato, ma non mi ha mai lasciato da solo.

Una compagnia fisica oggettiva che in alcuni casi circoscritti si è tramutata in conoscenza più intensa.

Amicizie, le definirebbero gli altri, uomini e donne con le quali parlo davvero, così li considero io.

Non mi piace l’amicizia, non come viene descritta generalmente, quella mi sembra più un tranello, un inganno, un trabocchetto per estorcere compiacenza, fedeltà e silenzio.

Non mi piace la rete di appartenenza che l’amicizia si preoccupa di stabilire e di riaffermare con incontri a cui non puoi mancare anche quando vuoi mancare.

Non mi ritengo un amico, né buono né cattivo. Questo non vuol dire che non abbia persone con le quali parlo in modo sincero, ma non ho la necessità di classificarli, di immatricolarli, di iniziarli in una setta e di appartarmi con loro per restringere l’universo.

A me piacciono le ampie visuali. La luce che entra sbattendoti in faccia e non attraverso spiragli tra i muri o in quel filo di lama che lasciano le porte socchiuse.

Mi assale la voglia di quelle vaste salite e discese della terra nativa di mio padre, di quell’Irpinia scoscesa e gobbosa dei miei ricordi di gioventù, quando arrivavamo in macchina dalla Svizzera dopo giornate intere di viaggio, attraversando il vasto orizzonte opalescente che l’estate matura fendeva ogni sera, indicando la stanca e dura presenza dei contadini nei campi, ai bordi delle strade.

Giungevamo a Calitri nell’ultima pezza di luce, lasciandoci alle spalle il ramato conforto di Bisaccia, e deponendo la stanchezza accumulata in precedenza, sull’uscio di casa dei miei nonni, scemante nel tempo scandito dall’orologio di Palazzo Berilli.

La ragnatela di vicoli e scalini di quel paese mi imbalsamava per tutto il periodo di permanenza, conducendo ogni mio passo prim’ancora che io avessi stabilito in che direzione muovermi. Rapidissime arrivavano le conoscenze, bambini della mia età che si affacciavano curiosi quanto me e subito ci si guardava negli occhi, pronti a correre in direzione della salita al borgo Castello, come scalatori che miravano la vetta convinti della prossimità della stessa con la scoperta della verità assoluta.

Nelle sere dopo cena, quando la calura estiva svampiva, ci si nascondeva con più vigore e ci si cercava per ore sotto lo sguardo distratto e conciso dei parenti appostati di vedetta sulle soglie.

Ho continuato per anni a passare lì le mie estati, da grande ho provato poi la straniante sensazione di essere stato dimenticato prim’ancora dell’arrivo del cambio di stagione e l’ho saputa riconoscere senza drammatizzare, proprio perché sapevo cosa voleva dire vivere nella testa della gente solo per un paio di mesi all’anno.

A due passi dal palazzo comunale, vicino alla chiesa dell’Annunziata, c’era un palazzo antico, palazzo Rinaldi, adibito a biblioteca comunale. Mi raccontavano i miei nonni, che di libri ne sapevano poco ma che non avevano bisogno delle pagine di carta per raccontare gli uomini, che l’intera biblioteca apparteneva in origine ad una famiglia del posto che dovette svenderla velocemente e a poche lire per far fronte ad improvvise disgrazie.

Ci entravo da ragazzo per riprendermi dal caldo, era un ambiente fresco, pietra su pietra, e vi si poteva respirare anche nel caldo di ferragosto. Non leggevo allora e non leggo adesso, ma giravo per le stanze vuote del palazzo e osservavo scaffali densi di libri. Qualche volta, qualcuno di noi ci si andava a nascondere durante i nostri giochi e ne veniva fuori solo quando il bibliotecario dava una voce per avvisare della chiusura.

Nonostante quelle visite frugali e il poco interesse che ho sempre avuto per le parole e le storie che esse concorrono a formare, quel luogo è un posto del mio mondo. Quelle scale che conducevano alle salette per studiare, dove solo in poche occasioni notai qualche giovane muoversi silenzioso tra gli scaffali, mi facevano stare bene anche solo a salirle.

Un luogo è più importante di ciò che può contenere. Quella biblioteca ha migliaia di volumi ancora oggi, non rari o pregiati, cose che si possono trovare anche in altre biblioteche pubbliche, ma il posto dove tutto ciò viene conservato è un buco che sgonfia la realtà.

È spaesante trovarvisi all’interno. Un mio amico di quei tempi andati ci è finito dentro a lavorare e me lo conferma. Non è un vero bibliotecario, è un impiegato comunale girovago, nel senso che ogni tanto lo spostano negli uffici posti “alla fine dell’impero”, quelli ritenuti più inutili, e a lui non resta altro da fare che adattarvisi.

“Io mi adatto – mi ha confermato via mail – ma è anche il posto che si adatta a me. Insomma, io so bene che se sono finito qui dentro è per pagare, a mia volta, con l’intera noia della mia vita quotidiana, il favore che mio padre chiese per me per farmi avere un impiego, ma questo non vuol dire che sia sempre disposto a chiudere un occhio su ciò che mi accade intorno.

Charles, tu lo sai, ti ricordi questi posti, me lo dici sempre e me ne scrivi in modo così lucido da rendermeli più chiari di quanto non facciano i miei occhi nel vederli ogni giorno. Ti ricordi questo palazzo. Non ammetterebbe di non essere una biblioteca, non ammetterebbe di funzionare diversamente da come è stato costretto a funzionare da quasi un secolo oramai. Qui a nessuno importa se nella biblioteca ci sono dei libri o se li conservo in ordine. Sono pochi anche quelli che entrano solo per dare uno sguardo, anzi sono sempre di meno.

Charles questo luogo è inutile e in Svizzera lo avreste già chiuso. Da noi le cose inutili finiscono per durare più di quelle utili perché vengono consumate di meno. Solo per questo motivo questa biblioteca può ancora esistere.

Ma la soluzione definitiva sta per essere applicata ad ogni luogo di questa nostra nazione che non abbia un padrino o lasci intravedere possibilità di pubblicare bilanci futuri ricchi di utili.

Solo l’utilità pratica, meglio ancora se economica, allontana dalla morte. La cultura più sperduta e a suo modo invisibile è condannata all’estinzione per soffocamento. Ci sottraggono una cosa al giorno, rendendoci poveri a rate e inabili al punto che chiederemo la morte assistita ed io verrò trasferito a passare altri anni in un ufficio ancora più inutile, ce n’è sempre uno più inutile di quello dove sono già stato, oramai l’ho imparato.

La gente in paese non batte ciglio, della biblioteca conosce appena l’esistenza e secondo alcuni è colpa sempre di qualcun altro se non offre i servizi che offrono le altre biblioteche del mondo. Diventiamo subito internazionali quando si tratta di teorizzare interventi senza obblighi attuativi.

Charles, tu credi che se fosse stata una discoteca, le cose sarebbero andate diversamente?”

Gli ho risposto:

“Non lo so. Non so come pensi debbano andare le cose a riguardo, ma capisco cosa ti rende così spaventato, perché tu Andrea sei spaventato, non negarlo, non servirebbe. Quello che scomparirà, biblioteca e libri, scomparirà non solo dal paese ma dalla tua vita.

Seppure ne potrai ritrovare a fatica una traccia, non basteràa colmare il posto lasciato vuoto. E non potrai fare nulla per ritrovarlo. Non ci sarà più e basta.

Un paese senza la sua biblioteca dopo cent’anni, una divisione che preannuncia un graduale sfinimento di tutta la realtà per come l’abbiamo conosciuta noi.

Anche per me sarà dura quando il MP Club non sarà più economicamente utile. La mia libertà, caro Andrea, è fatta di vincoli economici che, fin quando durano, tengono aperta la mia cella.

Tu rivendichi il diritto di esistere delle cose inutili e io sono con te. Se fossimo solo utili in quanti saremmo e per fare cosa? Qual è l’utile sommo da ottenere?

Comunque, giusto per tirarti su il morale, sappi Andrea che qui in Svizzera, più sei utile e fai utili e più paghi le tasse…”

Volevo andare a visitare qualche biblioteca qui in Svizzera, ma poi ci ho ripensato. Non avrebbe avuto alcun senso. Non sono i libri o le storie ciò che cerco.

Ciò che mi renderebbe felice è sapere che non cambiano certe cose, anche quelle inutili, quelle che per molti sono cose sbagliate, ma che per me sono palazzi abbandonati e biblioteche vuote in un paese dell’Irpinia…

 

      There is no pain you are receding

      A distant ship, smoke on the horizon. 

      You are only coming through in waves.

      Your lips move but I can’t hear

      what you’re saying.

      When I was a child

      I caught a fletting glimpse

      Out of the corner of my eye.

      Iturned to look but it was gone

      I cannot put my finger on it now

      The child is grown,

      The dream is gone.

      I have become confortably numb.[3]

      … Sono diventato piacevolmente insensibile, quasi a tutto.


[1]“Comfortably numb”, Pink Floyd,
[2]Ok…Solo una piccola puntura.Non ci saranno più.. aaaaaaaaah!Potresti sentire un po’ di nausea.Puoi alzarti?Bene, penso proprio che funzioni.Questo ti terrà su per tutto lo showAvanti, su, è ora di andare.“Comfortably numb”, Pink Floyd,
[3]“Comfortably numb”, Pink Floyd,

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